CONSULENTE DI ORGANIZZAZIONE

30 aprile 2020

Avvocato Longhin: odontoiatria di oggi e di domani ai tempi del Covid-19

By Patrizia Biancucci



Tempi difficili per tutti, ma ancora di più per chi, come i dentisti, deve fronteggiare il rischio contagio nei propri studi a tutela di se stesso e dei propri dipendenti, continuando a fornire cure alla salute e contemporaneamente organizzarsi da un punto di vista economico e finanziario per mantenere in vita un’attività di natura sanitaria ma che ha pur sempre tutte le caratteristiche della piccola e/o media impresa. Il Governo sta adottando le misure anti Covid con il supporto dei cosiddetti esperti, forse troppi, mentre i nostri enti istituzionali e sindacali stanno lavorando riuniti a un Tavolo tecnico che a breve farà uscire le “Indicazioni” (non chiamiamole linee guida) a cui gli operatori del settore odontoiatrico dovranno attenersi. Tuttavia, nel frattempo, filtrano notizie relative alla prossima Fase 2 per la ripresa dell’attività ordinaria odontoiatrica che, a distanza di quasi due mesi di fermo e di mancata produzione con le spese che corrono, non viene certo vista come una banale riapertura dopo le vacanze. Sappiamo che tutto cambierà e, mentre cerchiamo di orientarci tra sussidi statali e previdenziali, ammortizzatori sociali in deroga, approvvigionamento di DPI, tecniche di sanificazione e tanto altro, sappiamo che nulla sarà più come prima, nel bene e nel male. La nebbia rende il cielo lattiginoso, il panorama dai contorni sfumati, i piedi affondano su una superficie paludosa mentre lo sguardo sembra accorciarsi in direzione di una luce che manda qualche timido bagliore in fondo al tunnel di una professione, quella odontoiatrica, sempre più piena di ombre inquietanti. Eppure, è in questo grigio scenario che i dentisti vogliono mettere in atto quello che li caratterizza da sempre: la capacità di risolvere i problemi, dei pazienti innanzitutto, e della propria attività in secondo luogo. Da questo punto di vista l’avvocato Roberto Longhin, consulente dell’OMCeO Torino da decenni, non solo partecipa al febbrile lavoro istituzionale sui temi caldi in tempo di Coronavirus, ma da osservatore esterno ci aiuta a capire cosa sta succedendo e ci fa intravvedere la luce nel nostro prossimo futuro.

Avv. Longhin, a quando risale la chiusura dell’attività ordinaria degli studi dentistici e quali conseguenze reali sta avendo tuttora?
L’attività dei dentisti è ferma dai primi giorni di marzo anche se i loro studi non sono stati chiusi per legge. Il decreto legge 11.3.2020 con il quale il Governo ha fermato l’Italia, chiudendo le attività ed i servizi non essenziali, non ha riguardato gli studi odontoiatrici. Anzi, i decreti dei Governatori regionali, cui è stata demandata la facoltà di ulteriori misure restrittive, ricordo tra i tanti il DPGR della Regione Piemonte 30.4.2020 n. 36, li hanno espressamente esclusi dalla chiusura. È stata la professione con una determinazione deontologica di indirizzo della CAO Nazionale a suggerire ai propri iscritti di fermare l’attività per evitare la propagazione del contagio anche solo mediante la movimentazione dei cittadini. I dentisti hanno assicurato esclusivamente gli interventi urgenti e non differibili. Una autolimitazione dettata dalla coscienza professionale e da alto senso civico. Non è difficile immaginare le conseguenze di questo fermo assoluto degli studi che dura ormai da mesi: innanzitutto un danno economico in conseguenza della privazione di qualunque entrata professionale, nonostante le spese abbiano continuato a correre. Poi l’inizio di una stagione di austerità. Quando partirà la Fase 2 nulla sarà più come prima. I dentisti dovranno ripensare l’organizzazione del loro studio mettendo mano al portafoglio per dotarlo di tutto ciò che sarà necessario per evitare il rischio post pandemia. Sarà poi normale assistere ad una forte riduzione delle prestazioni odontoiatriche e ad un calo del mercato per molto tempo, almeno fino a quando i cittadini torneranno a fidarsi degli studi come un luogo sicuro e non come possibile “luogo di contagio” secondo l’idea oggi presente nel loro sentire.

Indennità di sostegno di 600 euro dal Governo e sussidio da 1.000 euro di ENPAM: l’uno esclude l’altro, sono sovrapponibili, sono compatibili, chi ne ha diritto. Proviamo a fare chiarezza per i liberi professionisti?
Nonostante le misure di aiuto economico Covid-19 previste per i liberi professionisti siano veramente poche, tra i dentisti si è creata una certa confusione tra la cosiddetta indennità di sostegno di 600 euro prevista dal Governo e il sussidio di 1000 euro previsto dall’ENPAM. Si tratta di due ammortizzatori diversi ancorché per i dentisti entrambi convergano sull’ENPAM, incaricato dei relativi pagamenti.
Il primo è un’indennità di 600 euro riconosciuta anche ai dentisti, ma non tutti ne hanno diritto. Infatti potranno beneficiarne solamente coloro che possiedono determinati requisiti, indicati nell’art. 44 del D.L. 17.3.2020 n. 18 e nel Decreto Interministeriale del 28.3.20202. Ne avranno diritto solamente:
a) i dentisti che hanno avuto un reddito denunciato per il 2018 entro 35 mila euro;
b) i dentisti che nello stesso periodo hanno avuto un reddito tra 35 mila euro e 50 mila euro che dimostrino di aver subìto un calo di attività nel primo trimestre dell’anno pari al 33% del reddito 2019; oppure che abbiano chiuso la propria partita IVA.
Questo assegno è incompatibile con altre forme di sussidio previste dal D.L. 18/2020, con il reddito di cittadinanza e con la pensione. Un piccolo sussidio di Stato che, come ho già avuto modo di dire, non poteva avere definizione più azzeccata di “reddito di ultima istanza”.
Diverso e distinto è invece l’ammortizzatore messo in campo dall’ENPAM. A costoro, ma la platea dei destinatari è oggetto di possibile ampliamento, la Cassa offre un sussidio di 1000 euro qualora l’epidemia da Covid-19 abbia provocato un significativo calo di fatturato superiore al 33% dell’ultimo trimestre 2019. L’assegno potrà essere erogato ai dentisti in regola con il pagamento dei contributi, per un massimo di 3 mesi ed è cumulabile con i 600 euro del reddito di ultima istanza o con ulteriori provvidenze ottenute ai sensi dell’art. 44 del D.L. 18/2020. Non è invece compatibile con la pensione erogata dalla Cassa, con il sussidio riconosciuto per la quarantena, né con l’indennità per malattia o infortunio erogate dallo stesso Ente. Questo assegno ha natura assistenziale ed è pertanto tassabile alla fonte nella misura del 20% cosicché ai beneficiari arriveranno 800 euro.

Di quali sussidi possono beneficiare i dentisti?
Se per sussidi ci riferiamo ad aiuti economici, possiamo dire che oltre ai due dei quali ho già riferito i dentisti non possono contare su null’altro. Se invece per sussidi intendiamo misure di sostegno in senso lato, allora possiamo dire che anche i dentisti possono beneficiare della sospensione delle rate del mutuo prima casa per 18 mesi, possono chiedere la sospensione delle rate dei leasing, possono beneficiare del bonus baby-sitting. Si tratta di misure generali alcune delle quali si rivelano però inaccessibili alla professione. Ad esempio, la norma sulla sospensione dei leasing non sarà utilizzabile per sospendere le rate dei noleggi a lungo termine che sono molto utilizzati per le attrezzature di studio o per l’auto; la sospensione non riguarda neppure la locazione operativa. Neppure il bonus affitti sarà fruibile dai dentisti in quanto, pur previsto per i lavoratori autonomi costretti a chiudere le attività per rispettare le misure restrittive volte a limitare il contagio, riguarda solo gli autonomi non iscritti agli albi come si desume dalla risoluzione n. 13 del 20 marzo 2020 dell’Agenzia Entrate.
A ben guardare il Cura Italia e le norme successive non sembrano certo aver avuto particolare attenzione ai liberi professionisti.

Avv. Longhin, ritiene che la cassa integrazione in deroga sia stata provvidenziale per i titolari di studi dentistici?
La cassa integrazione in deroga è sicuramente una grande novità per i dentisti che hanno dei dipendenti il cui stipendio è diventato un problema. Penso ai tanti studi mono professionali che lavorano con una impiegata alla reception e una o due assistenti alla poltrona i quali, senza entrate, si devono far carico di tre stipendi e dei relativi contributi previdenziali. La Cassa in deroga è una misura a tutela di questi posti di lavoro, di questi lavoratori durante la fase emergenziale. Alla luce del quadro normativo attuale, anche i dentisti possono dunque contare su un ammortizzatore sociale poco conosciuto dalla categoria, utilizzabile senza neppure necessità del preventivo accordo sindacale per gli studi che occupano fino a 5 dipendenti. I dentisti datori di lavoro potranno fruirne per un periodo non superiore a nove settimane.
L’ammortizzatore della cassa in deroga, tuttavia, sembra rivelarsi problematico per i dipendenti che, ad oggi, non hanno ancora ricevuto danari. Il comma 4 dell’art. 22 prevede una procedura borbonica, poco confacente all’esigenza del momento che è quella di poter mettere nelle tasche dei lavoratori qualche soldo. È infatti previsto che lo Stato autorizza le Regioni ad estendere la cassa integrazione in deroga per un importo complessivo di oltre 3 miliardi di euro; il Ministero del Lavoro con il Ministero dell’Economia devono poi individuare i criteri per la distribuzione delle risorse alle singole Regioni; ciascuna Regione dovrà quindi recepire le disposizioni dello Stato e dovrà poi trasmettere il proprio decreto all’INPS. La Regione dovrà quindi allestire una piattaforma per le domande, stabilire l’elenco dei beneficiari che sarà trasmesso anch’esso all’INPS, il quale finalmente erogherà le indennità. La complessa procedura è resa ancor più farraginosa dalla burocrazia e dalla mole di domande, risultata impossibile ad essere evasa celermente. Difficilmente i soldi arriveranno dunque a breve nelle tasche dei lavoratori.

Trova che i liberi professionisti, e i dentisti nello specifico, siano stati discriminati come molti pensano?
Sicuramente il Governo non ha avuto grande attenzione per i dentisti che, essendo iscritti a forme previdenziali non Inps, hanno dovuto accontentarsi del fondo del reddito di ultima istanza e di poco altro. Non se ne capisce la logica, soprattutto per chi con la libera professione oggi ci sopravvive dovendo combattere quotidianamente con gli effetti di una crisi economica che non ha più fine. Lo Stato sembra essersi dimenticato che i liberi professionisti sono stati un motore di sviluppo per il paese e a tutt’oggi contribuiscono, se non erro, ad oltre il 12% del PIL.
Nel sentire comune dei dentisti questa scarsa attenzione è vissuta come una discriminazione che, in un momento di grandi sofferenze, marca differenze inammissibili tra cittadini di uno stesso Paese, mentre dovremmo - perché annovero anche la mia categoria professionale - godere tutti degli stessi diritti.


Dato l’urgente bisogno di medici in questa terribile situazione pandemica la Laurea in Medicina è diventata abilitante: vale a dire? Sarà così anche in futuro?
La laurea magistrale a ciclo unico in Medicina e Chirurgia come titolo abilitante alla professione medico chirurgica è un tema del quale si discuteva da tempo. L’emergenza coronavirus ne ha solo accelerato i tempi facendola diventare una realtà. L’art. 102 del Cura Italia dispone infatti che “il conseguimento della laurea magistrale a ciclo unico in Medicina e Chirurgia – Classe LM/41 abilita all’esercizio della professione di medico-chirurgo, previa acquisizione del giudizio di idoneità di cui all’articolo 3 del decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca 9 maggio 2018, n. 58”. La norma stabilisce quindi l’abolizione dell’Esame di Stato, sostituito dal tirocinio. La laurea è abilitante se il tirocinio è presente nel corso di studi. La carenza di camici bianchi per fronteggiare l’epidemia di Covid-19 è stata quindi l’acceleratore di un cambiamento da tempo atteso: l’esame di Stato scompare per sempre con l’entrata a regime del nuovo sistema.
Un altro grande scossone dell’epidemia è stato dato al sistema del numero chiuso a medicina e a odontoiatria, rendendo palese come l’inadeguata ricettività delle strutture universitarie sia una giustificazione che non regge più. La chiusura degli atenei e l’isolamento in casa degli studenti hanno dimostrato come sia ormai una realtà, indubbiamente più efficace ed economica, la didattica a distanza che, unita a corsi di esercitazione svolti in modalità frontale, può consentire di ampliare la platea degli accessi a medicina e a odontoiatria. Lo ha recentemente affermato il Consiglio di Stato che ha ribaltato l’orientamento del TAR Lazio ancorato su schemi che il coronavirus ha dimostrato essere ormai superati, avendo fatto scoprire l’importanza delle nuove tecnologie anche per la formazione universitaria. Di questo avremo modo di riparlarne. Non rimane che stare a vedere se con la Fase 2 inizierà una stagione nuova, se anche il corso di laurea in odontoiatria diventerà abilitante come quello in medicina, se il numero chiuso scomparirà.


Avv. Longhin, sulla responsabilità civile e penale degli operatori sanitari si sono succeduti almeno tre emendamenti. Ci vuole dire quali sono e cosa contengono nel concreto?
In questi giorni le televisioni hanno reso plastica la drammaticità della pandemia. Non sono stati ancora seppelliti i tanti morti provocati dal Covid-19, ma già sono state aperte decine e decine di indagini giudiziarie per verificare eventuali responsabilità. Il mondo sanitario, e non solo, è entrato in fibrillazione e ha cercato uno scudo giuridico per i medici e i sanitari che sono stati mandati a combattere contro un virus sconosciuto. Si può comprendere la ragione di questa operazione laddove si considerino le condizioni estreme in cui medici e personale sanitario numericamente insufficiente sono costretti a operare, essendo stati mandati in prima linea senza mezzi di protezione, senza mascherine, senza tamponi, senza strumenti. A fianco di questa ragione si pone il ripresentarsi del deprecabile fenomeno di promozione pubblicitaria di taluni studi legali per l’incentivazione di denunce e cause nei confronti di coloro che si stanno massacrando di lavoro per curare i malati. Si tratta di svariati emendamenti, uno dei quali proposto dalla stessa FNOMCeO che, detto in parole povere, cercano di restringere la responsabilità medica alle sole condotte dolose considerata l’eccezionalità e l’emergenza epidemiologica del Covid-19. L’idea di uno scudo giuridico pone però problemi tecnici di particolare difficoltà, trattandosi di norme derogatorie che incontrano ostacoli di costituzionalità e di mantenimento della coerenza dell’ordinamento. C’è tuttavia da auspicare che le proposte, se non troveranno accoglimento in sede di conversione del D.L. 18/20, possano quanto meno portare ad una riflessione generale per evitare che lo stress vissuto dai medici e dal personale sanitario nelle corsie degli ospedali, infettati da coronavirus, debba procrastinarsi nelle aule di tribunale.

Dal suo autorevole punto di vista, quali saranno le maggiori criticità che i dentisti si troveranno ad affrontare in termini economici, finanziari e di management dello studio?
Quando si uscirà da questa situazione contingente e inizierà la Fase 2 sarà normale assistere ad una forte riduzione delle prestazioni odontoiatriche, ma non sarà questa la maggior criticità, bensì quella delle incertezze di un virus ancora sconosciuto. La malattia continuerà probabilmente ad essere in circolazione per mesi e questo, in attesa di un vaccino, creerà nella popolazione timore di contagio e porterà a limitare gli accessi in quei luoghi ritenuti di potenziale contagio, per altro verso frenerà i reinvestimenti creando una situazione attendista di scarso giovamento per il settore. L’organizzazione degli studi dovrà essere rivoluzionata. La prima operazione da compiere sarà quella della formazione di tutto il personale che vi opera all’interno. L’informazione e la formazione dovranno riguardare anche i pazienti, mettendoli al corrente di tutte le misure e le cautele adottate per proteggerli, informandoli dei rischi che corrono e del rischio che anche il dentista affronta nel loro interesse. I pazienti dovranno inoltre essere selezionati. Secondo quanto ha anticipato il dr. Iandolo, presidente della CAO Nazionale che sta lavorando sui protocolli operativi, il paziente dovrà essere monitorizzato prima di farlo accedere allo studio. Occorrerà un triage telefonico. Se non ci sono segnali di allarme, sarà ricevuto in studio e dovrà essere preparato e solo dopo potrà essere fatto accomodare sulla poltrona. I dentisti dovranno inoltre aumentare gli orari di apertura dei loro studi per poter trattare più pazienti in una giornata, magari anche domenicale, senza sovrapposizioni in nessuna area. Tutto ciò avrà il sicuro effetto di un aumento dei costi delle prestazioni e una diminuzione della produttività. Questo è lo scenario che andrà a presentarsi nella Fase 2, sicuramente difficile, ma sarà il tempo per tornare ad agire con coraggio come i dentisti da tempo hanno dimostrato di saper fare.

Lei che ha una lunga esperienza pluridecennale in campo medico e odontoiatrico, intravvede elementi positivi in un nuovo approccio all’attività odontoiatrica, in particolare nelle procedure e nel rapporto con i pazienti?
È difficile intravedere elementi positivi in questa pandemia che ha fatto più di 26 mila morti. Qualche effetto positivo si può comunque ricavare anche dalle peggiori esperienze. Vedo due possibili scenari. Il primo è che tutto tornerà come prima. Il capitalismo ed il suo aspetto economico saranno ancora il paradigma dominante. Finita la buriana, che per qualcuno è diventata occasione di profitto come per quegli studi che hanno incrementato l’attività approfittando della responsabile chiusura degli altri, si ricomincerà come prima e più di prima: mercato, pubblicità aggressiva, business, sfruttamento del lavoro e strutture come catene di montaggio per fare profitto. Chissà!
Il secondo scenario potrebbe invece vedere la logica del profitto sovrastata dal principio della centralità dell’individuo. Questo virus ci ha insegnato che si possono mettere un po’ da parte le priorità della macchina economica per far prevalere quelle della salute, dell’attenzione alla persona, della sua integrità fisica, ma soprattutto ha fatto riscoprire il valore dei rapporti umani. Bisognerà fare di tutto perché questo diventi realtà. Questo “scossone”, nel mostrarci i profondi limiti dell’attuale modello di sviluppo e della necessità di cercare un'altra possibile via, dovrà insegnare a non fermarci alla superficie ponendo nuovamente al centro la persona nel suo valore fondamentale e unico. I dentisti sono i meno lontani da questo modello che negli ultimi anni è stato offuscato dalla diversa logica del profitto divulgata dalle grandi catene. Occorrerà dunque che i dentisti sappiano rendersi artefici di questo secondo scenario e sicuramente nascerà un’odontoiatria nuova.

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