INTERVISTE
01 marzo 2021

L’ortognatodonzia d’avanguardia di un “simpatico scienziato”

Patrizia Biancucci
Marino Musilli, ortodontista per eccellenza, con un lungo percorso formativo che ha attraversato i confini nazionali, per riportare in Italia il “sapere” e il “saper fare” a tutto vantaggio dei suoi numerosi allievi e soprattutto dei pazienti considerati casi complessi. Senza rimanere confinato alla disciplina a cui si dedica a tempo pieno, spazia in altre branche odontoiatriche che contribuiscono a formare il team multidisciplinare dove compaiono parodontologi, protesisti, medici orali, endodontisti. Si laurea con lode in Odontoiatria e protesi dentaria nel 1987 alla Federico II di Napoli, e qui si specializza in Ortognatodonzia nel 1993 con una tesi quantomeno insolita per quegli anni “Informatizzazione del reparto di Ortodonzia “. Oltre al prof. Martina, i suoi maestri sono personaggi come Ricketts, Burstone, Melsen e Fontenelle, dai quali ha assorbito studi, conoscenze, metodi e segreti, che poi ha trasmesso nei tanti congressi, corsi, docenze universitarie e master sempre più finalizzati alla risoluzione dei casi complessi, a loro volta più interdisciplinari e tecnologicamente avanzati.
Oltre a una profonda preparazione ortodontica, la generosità e l’empatia fanno di Marino Musilli un personaggio che possiamo definire un “simpatico scienziato”.

Dott. Musilli, una formazione ortodontica la sua iniziata nel lontano ‘88 con la Bioprogressiva di Ricketts, poi in Danimarca con la prof.ssa Birte Melsen fino alla tecnica linguale già nel ‘93. Considerato che in quegli anni la branca ortodontica era davvero la cenerentola dell’odontoiatria, possiamo considerarla antesignano di un’ortognatodonzia raffinata e ad ampio raggio?
Non so se mi posso considerare un antesignano di un’ortodonzia ad ampio raggio, ma posso dire che il mio percorso lungo ed intenso è stato caratterizzato dallo studio della biomeccanica e dalla voglia di sperimentare il campo ortodontico a tutto tondo, senza fermarmi alla semplice presentazione di ogni nuova tecnica, ma sempre spinto a conoscere il meccanismo di funzionamento di ciò che dovrò usare. Mi ritengo fortunato per la catena di eventi capitati nel mio iter formativo, fin dal 1986 quando ho cominciato a studiare l’ortodonzia e mi sono trovato nel reparto di Ortodonzia della Federico II di Napoli, allora diretto dal prof. Roberto Martina, in cui si approfondivano le tematiche dell’arco segmentato. In particolare si imparava la tecnica di Ricketts, cercando di capire vantaggi ed effetti collaterali spiegati dal suo stesso Autore. Pochi anni dopo ci fu l’incontro con la prof.ssa Birte Melsen, nel periodo in cui era professore a contratto nella stessa università, con approfondimenti di fisica a dir poco illuminanti come l’ approccio segmentato; andare oltre il pensiero di Ricketts fino a spingerci verso soluzioni innovative. È così che nacquero nuovi archi, come il TUA (Translation Utility Arch) ideato dal prof. Martina e poi pubblicato nel 1997 sul JCO. Ma il vero salto di qualità ci fu dato dall’introduzione della biomeccanica, come descritta da Charles J. Burstone e Birte Melsen, perché era lo strumento completo, imparziale, efficace e capace di valutare il sistema di forze che applichiamo ai denti. In questo periodo formativo la ciliegina sulla torta fu l’incontro con Alain Fontenelle, un professionista capace di applicare i principi di biomeccanica in modo completo attraverso dispositivi all’apparenza molto semplici, ma anche in grado di realizzare dispositivi iper individualizzati: ne sono un esempio gli attacchi linguali customizzati, che ho visto da lui nel 1993, con la basetta esattamente complementare alla superficie di ciascun singolo dente, che solo da pochi anni sono prodotti e venduti in tecnica linguale. La mia formazione si è infine consolidata, sia come discente che come relatore, nel gruppo di studio dell’approccio segmentato all’interno della SIDO, poi trasformatosi in SIBOS.

Anche la sua tesi di specialità nel 1993, “Informatizzazione del reparto di Ortodonzia”, alla Federico II di Napoli, era a dir poco avveniristica. Il reparto è stato davvero informatizzato o è rimasto soltanto un bel progetto?
Il progetto di informatizzazione del reparto di Ortodonzia è stata una sfida che accettai dal prof. Martina, che all’epoca seppe coniugare la mia curiosità verso l’informatica con le necessità del reparto rispetto alla richiesta di una maggiore efficienza dei singoli operatori nel gestire il flusso dei pazienti. Il sistema è stato in funzione almeno fino al 1996, poi sicuramente aggiornato con sistemi più recenti.

Nel 2015 lei è stato Direttore scientifico al Master Universitario di II livello “Gestione Clinica dei Casi Ortodontici Complessi” all’Università di Torino. Alla luce di tanta esperienza come docente, ritiene che la preparazione dei giovani ortodontisti specialisti sia idonea a trattare i casi complessi?
Il mio coinvolgimento all’Università di Torino è stato voluto dal prof. Cesare Debernardi e partito da un’idea molto interessante e stimolante: attivare nella struttura universitaria torinese un Corso di formazione allo scopo di imparare ad impostare e realizzare la terapia di pazienti considerati casi ortodontici complessi. Ci ispirammo alla Scuola della Melsen in Danimarca, dove io e il dott. Fava avevamo vissuto negli anni precedenti. Il successo è stato strepitoso e la richiesta talmente elevata da dover fare una rigida selezione di 10 colleghi al massimo, visto il numero limitato di posti disponibili in rapporto al numero di unità operative del reparto. L’interesse e la partecipazione da parte di colleghi provenienti da tutta Italia, conferma l’elevato interesse verso le terapie dei casi complessi con approcci e soluzioni interdisciplinari, a tutt’oggi ancora poco affrontata sul nostro territorio.

Ormai l’Ortognatodonzia entra a pieno titolo nei piani di terapia multidisciplinari. Perché dal suo punto di vista?
I pazienti con funzione, stabilità ed estetica gravemente compromesse necessitano dell’intervento di più discipline, talvolta non solo odontoiatriche. Oggi si preferisce parlare di approccio interdisciplinare piuttosto che multidisciplinare perché nell’interdisciplinare la progettazione dell’intero piano terapeutico è effettuata dall’inizio con la collaborazione di tutti gli specialisti, a differenza del multidisciplinare in cui si effettuano più terapie, ma senza un coordinamento iniziale ed una pianificazione congiunta e condivisa. Ortodontisti, Parodontologi e Patologi orali sono i più abituati a seguire nel tempo i pazienti controllando le evoluzioni in progress, sia fisiologiche che patologiche. Più in dettaglio Ortodontisti e Parodontologi sono abituati al recupero di problemi estetici e funzionali di più frequente riscontro clinico. Ciò significa che queste discipline interagiscono spesso tra loro così come con Protesi, Conservativa ed Endodonzia e quindi, grazie alla loro visione dinamica del sistema stomatognatico, possono coordinare al meglio l’approccio interdisciplinare stesso.
L’ideale sarebbe comunque che nessuna branca prendesse il sopravvento da un punto di vista decisionale e soprattutto che ogni specialista avesse almeno una discreta preparazione sui protocolli adottati nelle altre discipline in modo da poter interagire con gli altri in maniera opportuna.

Dott. Musilli, esistono delle procedure affidabili e predicibili per poter formulare e attuare correttamente un piano di trattamento interdisciplinare da parte del team odontoiatrico?
Quando il paziente deve affrontare un percorso condiviso con più discipline cerchiamo sempre di più procedure predicibili. In realtà conosciamo bene, ciascuno per la propria branca, quali sono gli obiettivi più semplici e quelli più difficili da raggiungere, sebbene spesso ci lasciamo prendere la mano da terapie “eroiche” con obiettivi molto ambiziosi. Nella terapia interdisciplinare l’obiettivo comune è quello di traghettare il paziente attraverso la risoluzione dei suoi problemi, grazie al contributo di tutte le branche odontoiatriche necessarie, puntando su soluzioni semplici e più facilmente percorribili. È ovvio che, per effettuare scelte sostenibili, tutto passa attraverso la comunicazione con il paziente e il suo consenso. In conclusione ancora una volta interviene il buon senso nella scelta delle diverse opzioni terapeutiche basate sulle evidenze scientifiche, laddove ne esistano, e nella conoscenza condivisa di tutte le discipline che dovranno intervenire, per ottenere una interazione sempre più integrata e scevra da imprecisioni.
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