INTERVISTE
28 luglio 2022

La straordinaria carriera di Chantal Milani, antrolopologa e odontologa forense

Patrizia Biancucci

Chantal Milani, antropologa e odontologa forense che sarebbe piaciuta alle divinità egizie perché con il suo lavoro strappa quel che resta dei corpi alla “damnatio memoriae”. Vale a dire che partendo da ossa e denti, passo dopo passo, in modo scientifico e spesso con la tecnologia 3D, ricostruisce i corpi e ridà dignità alla persona che era, dove la morte può raccontare la vita. Dopo la laurea in Odontoiatria, un master, un dottorato e un numero imprecisato di perfezionamenti, ha voluto approfondito la disciplina foense in Usa e in Canada, la vera culla di queste materie applicate al mondo giudiziario. Esperta di Ricostruzione Facciale Forense, la dr.ssa Milani arriva a delineare un identikit forense di un corpo senza nome, anche allo scopo di sollecitare qualche segnalazione. Per la ricostruzione del volto di Dante è partita dalla copia del cranio fatta 100 anni fa dall’anatomista Fabio Frassetto, l’ultimo che analizzò materialmente i resti di Dante. È infatti il cranio a raccontare molto di come è fatto il viso, perché i tessuti molli che vi si adagiano ne mimano proporzioni e forme, e il risultato del volto si raggiunge modellando muscoli e cute in 3D. Molto conosciuta dopo la collaborazione con l’equipe di Alberto Angela per consegnarci il volto di Cleopatra, nell’ambiente scientifico forense italiano Chantal Milani è una delle pochissime esperte di antropologia e odontologia forense, di recente diventata full member della American Academy of Forensic Sciences, la più prestigiosa organizzazione internazionale al mondo. A lei qualche domanda per curiosare in un universo per noi oscuro ma certamente molto affascinante.

Dott.ssa Milani, dalla Medicina Odontoiatrica non è facile arrivare alla Antropologia Forense. Com’è stato il suo percorso formativo?

 Quando ho iniziato più di 15 anni fa, in Italia quasi non si parlava di Antropologia Forense né di Odontoiatria Forense, quindi dovetti fare un giro piuttosto largo per arrivare dove volevo. Queste due distinte discipline sono in realtà fortemente complementari e, a differenza dell’Antropologia che si fa nei musei, quella Forense richiama fortemente una formazione medico scientifica, più affine sebbene non identica alla medicina legale e che è molto diversa dall’ambito archeologico o bioarcheologico. In sintesi: i titoli li ho presi in Italia per un discorso di “spendibilità”: un master in Scienze Forensi in collaborazione con il RIS di Parma, scegliendo un indirizzo in Antropologia e successivamente diversi Perfezionamenti. E poi un dottorato a indirizzo Medico Legale. Però l’attività pratica l’ho imparata fra Stati Uniti e Canada dove ho affiancato Forensic Investigators, Antropologi Forensi, Coroner nelle attività quotidiane e ho fatto Ricerca nelle cosiddette “Fabbriche dei corpi”, le Decomposition Facilities dove si fa ricerca sui corpi donati alla scienza. Poi chiaramente non si è mai finito di imparare e respirando queste materie in un contesto internazionale cerchi di stare al passo con l’evoluzione della scienza e della tecnologia, che sono sempre più rapide. È un lavoro che non puoi fare ogni tanto come hobby, soprattutto se ti chiamano in tutta Italia. Ma a un certo punto ho dovuto scegliere di abbandonare l’attività odontoiatrica clinica. Non si può fare questo lavoro, seriamente e ad un certo livello, e tenere in piedi uno studio medico dentistico.

In cosa consiste la sua professione di antropologa e odontologa forense? Dalla ricerca del soggetto da esaminare fino alla sua identificazione ci sono dei precisi step da seguire?

Si tratta di analizzare corpi umani molto compromessi per far “parlare” ossa e denti. Quando infatti i tessuti molli non riescono più a dare risposte al medico legale perché troppo degradati, Antropologia e Odontologia Forense cercano le risposte ai quesiti dell’Autorità Giudiziaria in ossa e denti, che sono strutture molto più resistenti. Quindi si lavora a volte già nelle fasi di ricerca di corpi occultati con conseguente recupero corretto e completo dei resti, e successivamente in laboratorio per analizzarli, cercare di identificarli, tenendo conto che i denti hanno lo stesso potere identificativo del DNA, e di determinare la causa di morte. Ma il connubio Antropologia e Odontologia forense non tratta solo di questo: anche analisi di soggetti ritratti in immagini di videosorveglianza per valutarne la compatibilità con un sospetto; stima dell’età in presunti minori quando i documenti anagrafici non garantiscono sufficiente certezza (pensiamo ai contesti di immigrazione e adozione); ricostruzione facciale forense, ossia la ricostruzione 3D del volto a partire dal cranio; la simulazione dell’invecchiamento (bambini scomparsi, latitanti, ecc.) e infine l’analisi dei bitemarks, cioè le impronte di un morso lasciate su un corpo, di specifica pertinenza dell’odontologia forense. Il più famoso in Italia è il caso di via Poma in cui fui consulente forense. Gli step per arrivare all’identificazione sono molti e variabili, per cui entrare nel dettaglio diventerebbe un discorso un po’ lungo. In estrema sintesi, come in ogni identificazione, si tratta di confrontare i dati Post Mortem, ottenuti da una nostra analisi del corpo, con quelli Ante Mortem ottenuti dalla famiglia, dai curanti, da materiale medico-clinico, radiografico, fotografico, insomma tutto ciò che si riesce a trovare.

Tribunali, Procure, Forze di Polizia si rivolgono a lei per consulenze e perizie. Ci può dire in cosa consiste il suo lavoro nei diversi settori?

Lavoro con Procure, Tribunali e Forze di Polizia un po’ in tutta Italia e a seconda della fase di indagine o processuale ci sono compiti diversi. A volte devi svolgere l’attività su un campo ancora vergine, dove non sono ancora intervenuti altri esperti. Puoi collaborare strettamente con le Forze di Polizia e devi rispondere ai quesiti della Procura per indirizzare le indagini. In altre fasi devi invece riesaminare quanto già fatto in precedenza per integrare, confermare o smentire delle risultanze. Poi a volte si viene chiamati dai medici legali stessi per integrare il loro lavoro con questa attività specialistica. Altre volte possono essere le Parti a chiamare, Parte Offesa, Difesa, ecc. in questo caso si ha una parte meno attiva, ma all’occorrenza si collabora alle attività dei consulenti nominati dai Magistrati o si vigila sul corretto svolgimento dell’attività fatta da altri.

Ci può fare qualche esempio?

Sto recentemente lavorando al caso della scomparsa della sig.ra Gandola in Sardegna, su incarico della figlia della vittima: questo è un esempio di lavoro di Parte. La signora Gandola si era recata in prossimità della spiaggia accompagnata dalla badante; lì è scomparsa in condizioni un po’ equivoche e, a distanza di quasi un anno, sono state trovate 6 ossa, solo 6 in un’area verde retrostante la spiaggia. I denti hanno permesso l’identificazione, ma può essere fatto molto di più. Viste alcune incongruenze e l’emergere di alcuni sospetti, diventa fondamentale insistere per la ricerca di ulteriori resti (mancano ben 200 ossa all’appello) per far luce sulla causa di morte e su una serie di altri elementi.

Diventare full member della American Academy of Forensic Sciences, sezione antropologia, non è da tutti. È stato impegnativo superare una così rigida selezione? L’American Academy of Forensic Sciences è un’organizzazione internazionale che riunisce gli esperti di tutte le Scienze Forensi provenienti da ogni parte del mondo e che ogni anno si riuniscono in una gigantesca conferenza internazionale negli Stati Uniti. È forse una delle realtà più importanti per noi. L’AAFS è strutturata in sezioni e si può cercare di accedere alla membership, dapprima come affiliate member e poi come full member. In entrambi i casi vi è un iter valutativo piuttosto approfondito e la commissione non tiene conto solo del curriculum e delle pubblicazioni scientifiche, ma anche del tipo, del numero di consulenze e di perizie e delle modalità seguìte nei casi reali. A questo si aggiunge la valutazione degli incarichi di docenza che siamo chiamati a fare. Bisogna dimostrare in modo chiaro e inequivocabile di avere un elevato livello di professionalità nel settore, fornendo parecchia documentazione, opportunamente tradotta, e prove concrete delle attività svolte.

Dott.ssa Milani, in Italia figure professionali come la sua se ne contano su una mano, mentre ne troviamo molte in USA e in Canada? Come mai secondo lei? Ritiene che ne avremmo bisogno?

 USA e Canada sono molto avanti in queste discipline. Io consiglio spesso ai miei allievi di fare dei periodi formativi all’estero perché gli si aprirà un mondo. Sicuramente in quei Paesi la ricerca scientifica è incentivata. Ma è anche una questione di approccio e di mentalità. Lì c’è molta più apertura alle collaborazioni e alla condivisione delle proprie conoscenze per chi vuole fare esperienza e ricerca. È un onore per il docente quando l’allievo supera il Maestro e fa di tutto perché accada. La condivisione permette una crescita in entrambe le direzioni. Qui siamo molto più chiusi, sempre pronti a cogliere in fallo il collega e gelosi del nostro orticello.

Lei ha ricostruito alcuni volti, tra cui Dante, Raffaello e Cleopatra, attraverso la Grafica 3D. L’utilizzo della tecnologia digitale rientra nella sua pratica quotidiana? E in quale misura le è di supporto?

 La tecnologia oggi è imprescindibile. Tuttavia “tecnologia” non vuol dire che si preme un tasto e il computer fa il nostro lavoro: il computer velocizza ma siamo noi a dirgli cosa e come fare. Nelle ricostruzioni del volto a partire dal cranio, come nel caso di Dante e Raffaello, si devono ricostruire tutti i muscoli, uno per uno. Un lavoro che in passato veniva fatto modellando a mano la plastilina. Oggi lo faccio con un software di modellazione 3D, ma devo conoscere l’anatomia, saper vedere le corrette inserzioni muscolari, ecc. Il caso di Cleopatra è stata un’attività diversa. È partita da una collaborazione con la squadra di Alberto Angela: mancando il cranio, ho optato per un “identikit” basato su analisi cefalometriche di volti ritratti da coloro che erano stati i testimoni dell’epoca, ossia gli artisti che potevano aver visto il volto della regina. Per fare un esempio è un po’ come avviene negli identikit moderni quando un testimone descrive al disegnatore il volto del rapinatore.

Dott.ssa Milani, è stata la prima Antropologa e Odontologa Forense in servizio nelle Forze di Polizia, prestando servizio per 3 anni al RIS di Roma, Investigazioni Scientifiche dell’Arma dei Carabinieri. Più di una volta ha detto che Carabinieri si è per sempre. Continua ancora la sua collaborazione?

È vero, “un Carabiniere è per sempre”. Inoltre è un uniforme che rimane tatuata sottopelle: si “è” Carabiniere, non si “fa” il Carabiniere. Il mio è stato un reclutamento per curriculum ed esperienza specifica in un settore. In tutti i lavori pubblici il limite di 3 anni è un limite amministrativo per il servizio continuativo anche per chi non ha più l’età per accedere ai concorsi tradizionali. Ciò vale anche se l’Ente che ti ha assunto e che ha speso denaro e risorse per integrarti e metterti a conoscenza di tutta una serie di cose. Sembra uno spreco e un controsenso, ma superare questo limite può creare problemi legali o amministrativi al “datore di lavoro”. I concorsi militari tradizionali hanno limiti di età piuttosto bassi: vanno benissimo per alcuni tipi di attività, perché permettono di attingere a persone giovani, agili, plasmabili per incarichi in cui quelle caratteristiche sono importanti. Ma l’età porta con sé, soprattutto nel settore scientifico, alta formazione ed un consistente patrimonio di esperienza specialistica che inevitabilmente il giovane neolaureato non ha e che soggetti meno giovani invece possono mettere a disposizione dei Reparti speciali dell’Arma. Oltre questa continuità di 3 anni, in teoria si rimane comunque richiamabili in qualsiasi momento e come tutti i Militari, si mantiene il grado e lo status di Carabiniere, seppur non in “servizio attivo”. Nello specifico, per l’Arma io continuo a fare formazione all’ ISTI, Istituto Superiore di Tecniche Investigative e mantengo il contatto con colleghi di tutta Italia, RIS e non, per qualsiasi forma di consiglio e scambio reciproco. Quando si è instaurato un bel rapporto umano e professionale il filo non si interrompe mai.

 La sua appartenenza ad alcuni Mummy Project è legato alla sua passione per l’Egitto e per le sue mummie?

L’Antico Egitto e le mummie sono per me una passione sin da quando ero bambina. In generale analizzare i resti umani è per me un modo di studiare la morte per raccontare la vita. Da moltissimi anni sono nel team del Mummy Project Research italiano con cui ho studiato moltissime mummie come quelle di Asti, Pavia, Merano, Bergamo. Di quest’ultima ho ricostruito anche il volto che uscirà ufficialmente a settembre. Nell’ultimo anno sono stata chiamata anche a far parte del Warsaw Mummy Project per studiare e ricostruire il volto della “Misterious Lady” l’unica mummia di donna incinta finora conosciuta, conservata al Museo di Varsavia. È una mummia ricca di sorprese e gli ultimi accertamenti, attraverso la TC, lasciano supporre che sia morta di tumore. Speriamo di poter dare al mondo conferme e dettagli attraverso indagini istologiche e molecolari in collaborazione con il Dipartimento di Oncologia di Varsavia.

Un’Antropologa forense, consigliere nazionale SIOF come lei, é certamente un valore aggiunto rispetto a nomi prestigiosi presenti nel consiglio. È d’accordo?

Credo di sì, spero che la SIOF veda in questa complementarietà una sorta di completamento. Per me è sicuramente un immenso piacere essere parte del Direttivo della Società Italiana di Odontoiatria Forense ormai da diversi anni. Oltre a potermi confrontare con professionisti straordinari e di grande prestigio, posso collaborare nelle attività di formazione e divulgazione scientifica promosse dalla SIOF stessa che da sempre ha molto a cuore questi aspetti.

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