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04 settembre 2019

L'ergonomia dello studio fonte di benessere ed efficienza per il team e i pazienti

L’industria degli eventi e della Live Communication lancia un grido di allarme: servono aiuti concreti alle aziende e un piano di ripartenza
Milano, 27 aprile 2020: senza eventi, concerti, convention, congressi, fiere, il nostro Paese perde visibilità nel mondo, fatturato interno e mette a rischio una industry che raccoglie circa 570mila lavoratori.
Un grido d’allarme che arriva non solo dalle voci note di Tiziano Ferro, Vasco Rossi e Laura Pausini, ma soprattutto da agenzie, associazioni e imprese del mondo degli eventi, dei congressi e della Live Communication, che si sono riuniti sotto l’hashtag #ItaliaLive, un progetto che vuole portare all’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni una grave crisi economica e sociale che sta attraversando il settore.

By Patrizia Biancucci



“Efficacia ed efficienza del team-work tra ambiente, ergonomia e protocolli avanzati” è il titolo della relazione che Carola Murari, laureata in Psicologia del lavoro e benessere nelle organizzazioni, esperta di Psico-Design®, presenterà al III Congresso Management dello studio e della professione odontoiatrica “La diagnosi come chiave di successo dello studio odontoiatrico”, 27-28 settembre 2019 a Marina di Carrara, per addentrarsi nel contesto sensibile ai bisogni di cura, quale quello odontoiatrico, in cui sta diventando sempre più emergente il bisogno di comunicare l’identità dello Studio che deve saper trasmettere autenticità, chiarezza e armonia. Infatti solo dopo un’attenta analisi dei bisogni dell’intero team dello studio e dei suoi pazienti e un’accurata valutazione della funzione organizzativa che lo specifico luogo assume, si può progettare lo spazio fisico e psicologico, seguendo le preziose indicazioni dei principi ergonomici in odontoiatria e poi giocando con i colori, i materiali, gli oggetti di arredamento e le luci.
Per ottenere risultati in termini di efficacia e di efficienza per il team-work e i pazienti dello studio, l’analisi ergonomica e la riorganizzazione operativa, sulla base di protocolli clinici avanzati, possono essere integrati con un innovativo approccio denominato Psico-Design®. Si tratta di coniugare psicologia, arte e design allo scopo di progettare e realizzare ambienti privati e lavorativi in grado di rappresentare al meglio l’immagine che si intende comunicare. Al centro si trova l’idea dello spazio come elemento fondamentale nel processo di realizzazione del sé e della materializzazione dell’identità e della personalità del committente. Questo perché, in una visione olistica e integrata, la comunicazione è diventata a tutti gli effetti disciplina ergonomica, che consente di progettare e realizzare gli ambienti e la strumentazione dopo un’attenta analisi dei bisogni del team dello studio e dei pazienti; quindi attenzione al design ergonomico degli strumenti, alla tipologia di riunito, alle sedute, all’utilizzo di ingranditori per mantenere la corretta postura, tutto finalizzato al benessere del team work, che, in termini di efficacia, ottimizzazione delle procedure e semplificazione del lavoro, deve poter essere percepito da chiunque entri in relazione con l’ambiente.
Ma partiamo dalla parola “ergonomia”, che per molti significa genericamente “organizzazione”, senza sapere bene di cosa stiamo parlando e soprattutto senza sapere come fare.

Dr.ssa Murari, la parola “ergonomia” è ricorrente ma forse non tutti ne conoscono il significato e l’origine: ce ne vuole parlare?
Il termine “ergonomia” deriva dal greco ἔργον (lavoro) e νομός (legge, regola). Si ritiene sia stato utilizzato per la prima volta nel 1857 da Wojciech Jastrzebowski in un giornale polacco e, in seguito, nel 1949 il termine è stato ripreso dallo psicologo gallese Frank Hywel Murrell, direttore del dipartimento di ergonomia della Tube Investiments Ltd. Durante gli studi sull’interazione tra l’uomo e l’ambiente lavorativo, al fine di individuare le possibili cause di insorgenza di stress correlato ed inefficienza, Murrell mise a punto un approccio multidisciplinare di psicologi, medici, fisiologi e ingegneri, tutti concordi che l’elemento alla base dell’inizio di ogni progettazione dovesse essere l’uomo in relazione a un artefatto e all’ambiente. Le ricerche proseguirono e nel 1949 fu fondata a Oxford la Ergonomics Research Society, la prima associazione di ergonomia. Questa disciplina è, per sua stessa natura, un corpus di conoscenze, è poliedrica e interdisciplinare e ciò dipende proprio dal suo oggetto di studio: le performance lavorative, la loro efficacia e le condizioni di benessere in relazione alla tipologia di lavoro, all’ambiente lavorativo e agli artefatti fisici e simbolici implicati. Il campo di indagine è pertanto molto vasto; nell’arco di cinquant’anni il focus dell’attenzione degli ergonomi è passato dal microcosmo della postazione di lavoro alle prestazioni dell’individuo fino al arrivare allo studio dei sistemi di interfacce con l’avvio del processo di informatizzazione a partire dagli anni ‘90.

L’ergonomia è funzionale al lavoro del team odontoiatrico o al paziente?
Nel campo odontoiatrico, e in generale in quello sanitario, il sistema che gli ergonomi prendono in considerazione è estremamente più complesso: si tratta infatti non solo di analizzare il lavoro di per sé dell’odontoiatra e del suo team di lavoro, ma anche del lavoro sul paziente e con il paziente. La qualità del servizio offerto da uno studio odontoiatrico deve essere una “qualità totale”, ovvero deve essere modellato e personalizzato in base al paziente, vale a dire performante e quindi funzionale all’intero flusso di lavoro dell’equipe. Se si riesce a raggiungere questo obiettivo non ha senso distinguere tra un’ergonomia funzionale al lavoro del team ed ergonomia funzionale al paziente; ciò che viene progettato in termini di ambienti di passaggio (sale d’attesa, front-office, back-office, corridoi) e setting clinici (riuniti, sedute, luci, strumentazione) esercita un’influenza reciproca. Non è un caso che oggi l’ergonomia odontoiatrica (EO) abbia fatto delle componenti relazionali e comunicative il suo leit motiv per ottenere ambienti di lavoro caratterizzati da empatia, alleanza terapeutica ed empowerment.

Dr.ssa Murari, trova che lo Psico-Design®, di cui lei è esperta, si possa considerare un’evoluzione dell’ergonomia?
È difficile inserire lo Psico-Design® in una ben definita disciplina: si tratta di un approccio olistico che mira all’integrazione in risposta alla settorialità di professioni quali l’architettura, il design, l’ergonomia e la psicologia che ad oggi, purtroppo, continuano ancora a “parlarsi” poco tra loro e ad analizzare e progettare gli ambienti lavorativi in camera caritatis, con conseguenze a volte davvero disastrose. Mi è capitato spesso di visitare studi dentistici moderni e sofisticati, con spiccati elementi di design e progettati da famosi architetti: ebbene, le sensazioni di chi accedeva a quegli spazi non avevano le connotazioni emotive adatte al contesto. Mi spiego meglio. Il progetto di uno spazio, e di conseguenza delle relazioni che vi si svolgeranno all’interno, deve basarsi prima di tutto sull’analisi dei bisogni di chi abiterà quell’ambiente e delle funzioni che quello spazio dovrà sostenere. Lo studio odontoiatrico ha come obiettivo organizzativo la cura e il soddisfacimento dei bisogni dei pazienti: creare ambienti impeccabili dal punto di vista del design ma freddi e asettici dal punto di vista emozionale può essere un passo falso.
Lo Psico-Design® può intendersi come evoluzione dell’ergonomia, così come delle altre discipline sopra citate, proprio perché si muove attraverso il principio dell’integrazione e, a mio avviso, solo un approccio olistico è in grado di rispondere alla complessità che caratterizza il nostro mondo del lavoro e in generale la nostra quotidianità.

Ritiene che anche i piccoli studi monoprofessionali potrebbero dotarsi di sistemi ergonomici, Psico-Design® e protocolli avanzati per migliorare la propria efficienza produttiva?
Certamente. Nata nella mia testa qualche anno fa, quest’idea dello Psico-Design® non è una filosofia new age né tantomeno una soluzione avvicinabile solo da pochi. Questo per dire che non sono necessarie, a mio avviso, esagerate disponibilità economiche per seguirne i principi perché, appunto, non si tratta di interpellare famosi architetti, designer, ergonomi e psicologi per l’analisi dei bisogni e la progettazione dell’intervento. Il miglioramento dell’efficienza dell’intero flusso di lavoro può essere ottenuta rivolgendosi a professionisti e consulenti adeguati, ma anche approfondendo personalmente la conoscenza di alcuni principi di base dell’ergonomia odontoiatrica e della comunicazione, oltre ad un aggiornamento continuo sui protocolli clinici avanzati della propria professione per essere realmente consapevoli delle dinamiche del proprio studio.
Il piccolo studio monoprofessionale, anziché rappresentare una realtà limitata e sfavorita, potrebbe anzi essere un’ottima cartina tornasole di realtà più grandi e complesse per numero di operatori coinvolti: la progettazione di microambienti ergonomici, l’ottimizzazione delle procedure, la relazione medico-paziente e medico-equipe saranno finalizzati a produrre un reale e quotidiano benessere per tutti.

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