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07 novembre 2018

In attesa del 2019: breve focus sullo stato di salute dell’economia

L’industria degli eventi e della Live Communication lancia un grido di allarme: servono aiuti concreti alle aziende e un piano di ripartenza
Milano, 27 aprile 2020: senza eventi, concerti, convention, congressi, fiere, il nostro Paese perde visibilità nel mondo, fatturato interno e mette a rischio una industry che raccoglie circa 570mila lavoratori.
Un grido d’allarme che arriva non solo dalle voci note di Tiziano Ferro, Vasco Rossi e Laura Pausini, ma soprattutto da agenzie, associazioni e imprese del mondo degli eventi, dei congressi e della Live Communication, che si sono riuniti sotto l’hashtag #ItaliaLive, un progetto che vuole portare all’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni una grave crisi economica e sociale che sta attraversando il settore.

By Alfredo Piccaluga



Gli scenari futuri sono, lo sappiamo, quanto mai dubbi. A seconda del punto di osservazione e della teoria economica che si sposa, il 2019 viene percepito come l’anno del disastro epocale o l’anno della grande rimonta e della definitiva uscita dalla crisi.

Per ora la partita si gioca sul piano politico, e non economico. Si tratta cioè di capire se il governo abbia prodotto una manovra volutamente squilibrata allo scopo di generare un impulso forzoso all’economica o se al contrario lo abbia fatto allo scopo di creare il contrasto con l’Europa ed attribuire ad altri la caduta di un esecutivo che si è scoperto non essere in grado di far fronte alle promesse elettorali. In attesa di sviluppi futuri, vale la pena fare il punto su quella che è la nostra condizioni attuale.

Innanzi tutto, cosa pensano gli operatori del settore? Nel periodo estivo da poco conclusosi, l’ufficio studi della Confcommercio prospettava scenari piuttosto foschi. A suo avviso «Il ridimensionamento della fiducia, registrato ad agosto, sia sul versante delle famiglie che delle imprese rappresenta un indizio preoccupante sullo stato di salute dell’economia». Una disamina così severa era da attribuirsi al fatto che per le imprese la dinamica della fiducia è correlata a quella dell’attività economica e le percezioni, ci precisavano, «testimoniano un rallentamento della produzione e, in particolare nell’ambito manifatturiero, emergono segnali di accumulo di scorte. Molto negative restano le valutazioni attuali e le attese nel piccolo commercio al dettaglio».

Il clima di sfiducia unitosi ad una accelerazione dell’inflazione di natura prevalentemente esogena avrebbero «impattato negativamente sul potere d’acquisto contribuendo a determinare il profilo incerto del sentimento dei consumatori». Assunto che, secondo Confcommercio, l’incertezza domina la scena. Vale la pena valutare anche qualche dato statistico. Uno degli indici più importanti è sicuramente quello legato all’occupazione.

Dal punto di vista occupazionale ad esempio l’occupazione è cresciuta anche nel periodo estivo, portando il tasso di disoccupazione sotto il 10%. Al 9,7% per l’esattezza. Cioè ai minimi da gennaio 2012. Il segnale in se sarebbe ottimo. Purtroppo però l’occupazione a tempo indeterminato è scesa ulteriormente, salendo per contro il numero degli occupati instabili (a scadenza insomma) che sono oramai oltre tre milioni. Nel complesso un buon segnale ma dai risvolti non tutti positivi. Domina quindi, anche qui, l’incertezza.

Ulteriore indice di rilievo è senza alcun dubbio la fluttuazione dei prezzi del settore immobiliare. I prezzi delle case dicono molto dello stato di salute di una economia. Ad oggi i dati Istat, contrariamente alle attese, ci prospettano un’ulteriore diminuzione del 15,8% rispetto al livello medio che si registrava otto anni or sono. Anziché salire, scendono ancora. E questo, i più, proprio non se lo aspettavano.

Sono dati aggiornati alla prima metà del 2018, ma molto significativi. Va detto che il calo è da attribuirsi alle abitazioni esistenti (-22,1%) mentre le nuove abitazioni godono di un leggere aumento (0,8%). In questo senso quindi l’indice è da leggersi non come incerto ma addirittura negativo. Dalla somma di queste incognite si evince che alcune azioni, indipendentemente dall’orientamento della legge di bilancio 2019, sono senza alcun dubbio necessarie entro la fine del mandato.

Non possono bloccarsi ulteriormente i cantieri pubblici, ma al contrario debbono ripartire le grandi opere strategiche (si pensi alla Tav ad esempio). Il rinnovamento strutturale non può essere ulteriormente derogato ed è peraltro una fonte di occupazione e di circolazione della moneta cui adesso non possiamo fare a meno.

Per poter ripartire poi l’esistenza di collegamenti veloci, anzi velocissimi, è fondamentale. Non possono più esistere zone del paese, si pensi al sud in particolare, collegate così male da rendere più semplici e veloci viaggi e trasporti nei balcani o nel nord Africa. Non solo per il turismo locale, che potrebbe essere una panacea per lo stivale intero, ma anche per l’economia che, e questa è una certezza, non decollerà mai se non sarà efficacemente interconnessa con il resto di Italia.

Made in Italy e turismo sono asset strategici nei quali il mezzogiorno può essere di enorme aiuto al resto del paese anziché continuare ad essere dipinto come il ventre molle della nazione a causa di disinvestimenti strutturali a lui non attribuibili. Analogamente vanno affrontati temi cardine più volte rimandati. Dalla ristrutturazione scolastica al risanamento di ponti, strade, ferrovie e sistema idrico.

Il primo banco di prova saranno sicuramente la sanità e, soprattutto, l’istruzione. Il prepensionamento di settantamila camici bianchi e di quattrocento mila insegnanti come probabile conseguenza del superamento della legge Fornero, creerà un enorme bacino per le assunzioni e le riorganizzazioni. E, se la risposta sarà conforme, avrà una ricaduta positiva incredibilmente superiore a quella del tanto sbandierato reddito da cittadinanza.

La robotizzazione dell’industria – ossia la c.d. industria 4.0 – potrebbe riportare in Italia produzioni da tempo delocalizzate all’estero, il sostegno dell’agricoltura eco sostenibile moltiplicherebbe la produttività dei terreni (che non possono invece sostenere il confronto con la produzione low cost africana e che renderebbero sicuramente meno con l’edilizia poiché la rendita agraria è invece durevole), la copertura della banda larga sosterrebbe un settore fino ad oggi ingiustamente mortificato (all’estero lo sviluppo è stato trainato anche dalle nuove professioni digitali), etc..

C’è molto da fare. Il che potrebbe però essere letto positivamente non solo in un’ottica di rinnovamento ma anche e soprattutto in considerazione del ritorno economico sull’economia nazionale che con ogni probabilità sarebbe fino a quattro volte superiore alla spesa effettuata dallo stato.

E vista la propensione allo sforamento, tutt’altro che sottaciuta dall’attuale esecutivo, non è da escludersi che si proceda in tal senso. A patto di una visione seria e prospettica.

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