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30 ottobre 2018

Il patrimonio dello studio, come valutarlo

L’industria degli eventi e della Live Communication lancia un grido di allarme: servono aiuti concreti alle aziende e un piano di ripartenza
Milano, 27 aprile 2020: senza eventi, concerti, convention, congressi, fiere, il nostro Paese perde visibilità nel mondo, fatturato interno e mette a rischio una industry che raccoglie circa 570mila lavoratori.
Un grido d’allarme che arriva non solo dalle voci note di Tiziano Ferro, Vasco Rossi e Laura Pausini, ma soprattutto da agenzie, associazioni e imprese del mondo degli eventi, dei congressi e della Live Communication, che si sono riuniti sotto l’hashtag #ItaliaLive, un progetto che vuole portare all’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni una grave crisi economica e sociale che sta attraversando il settore.

By Cristina Pavanello



Se domandiamo ad un italiano, a qualunque classe sociale appartenga, cosa voglia tutelare, oltre alla salute propria e dei suoi familiari, è probabile risponda: il mio patrimonio.

Se domandiamo ad un italiano, a qualunque classe sociale appartenga, cosa voglia tutelare, oltre alla salute propria e dei suoi familiari, è probabile risponda: il mio patrimonio. E se gli chiediamo cosa intenda con questo termine le risposte possono probabilmente essere:
- Immobili;
- Denaro in banca o in posta;
- Fondi pensione e polizze vita;
- Titoli di Stato ed obbligazioni;
- Investimenti gestiti e fondi comuni;
- Azioni;
- Oggetti di valore.

Se imprenditore, potrà probabilmente aggiungere: l’azienda.
Se professionista, invece, il mio studio, le relazioni professionali ed accademiche, i clienti (o pazienti).
Le ricerche più recenti (ISTAT e Banca d’Italia) confermano che la ricchezza delle famiglie italiane è concentrata per l’87% in attività reali (immobili, aziende, oggetti di valore) e il residuo 13% in attività finanziarie, di cui una buona metà in denaro lasciato in banca, in posta o in titoli di Stato.
Tuttavia, il semplice elenco delle attività reali e finanziarie detenute (quella che le statistiche definiscono come ricchezza) non raffigura esaustivamente il patrimonio. Come possono testimoniare molti medici specialisti, hanno grande rilevanza, spesso prevalente, il valore di avviamento dello studio e l’intensità, la qualità e la ricchezza delle relazioni professionali, accademiche e con i pazienti.

Se smettiamo i panni dell’intervistatore e vestiamo quelli dell’esperto di tutela patrimoniale, una domanda d’obbligo al nostro interlocutore: sa come proteggere il suo patrimonio? Insistendo in questa direzione giusta, gli chiediamo: cos’ha fatto sinora a questo scopo? Le iniziative prese fanno parte di una strategia? Un approccio corretto alla tutela patrimoniale prevede infatti che ne venga elaborata una, estesa per tutta la vita di tutti gli appartenenti al nucleo familiare.

Per elaborare un piano che abbia come obiettivo il migliore assetto patrimoniale da assumere e difendere nel tempo, il punto di partenza consiste in un’analisi dettagliata delle risorse disponibili.

Analisi non completa se, ad ogni voce dello stato patrimoniale, non si associa una valutazione del relativo grado di rischio. Tale “rischiosità” è connessa non solo al bene in sé ed al suo mutevole valore di mercato, ma anche alla stabilità del reddito che se ne attende.
Ecco perché la prima attenzione di un esperto di tutela patrimoniale è verificare che il cliente abbia ben chiaro che il suo patrimonio non va inteso in modo statico, ma dinamico, visto che da tutte le sue componenti conseguono opportunità e rischi destinati a variare nel tempo. Questo vale per ognuna delle componenti del patrimonio, di per sé stessa, ma anche nelle reciproche relazioni con le altre componenti, il cui mix è anch’esso soggetto a modificarsi nel tempo.

Se per un professionista (per esempio un dentista) lo studio rappresenta una rilevante posta patrimoniale, è bene ricordare che il valore e l’utilizzabilità anche come bene da usare o da cedere sono fortemente influenzabili dal fattore tempo. Nel tempo, infatti, il valore che deriva allo studio dall’apporto professionale del titolare è destinato a modificarsi secondo una parabola che, normalmente, per anni è in crescita, ma che, ad un certo punto, tende fatalmente a flettere.
Importante per il titolare, allora, individuare dove possa ragionevolmente collocarsi il punto di flessione e con l’aiuto di uno specialista, calcolarne le conseguenze future, sulla redditività e sul valore dello studio, integrando i calcoli con quelli concernenti la redditività ed il valore attesi negli anni, dalle altre porzioni del patrimonio personale (beni materiali ed attività finanziarie).

Riguardo poi allo studio come posta patrimoniale importante anche per il suo valore aggregativo di esperienze professionali, va da sé che l’obiettivo della massimizzazione delle opportunità e della minimizzazione dei rischi investe, nel tempo, la persona del titolare, ma anche gli eventuali familiari che potrebbero essere destinati, prima o poi, a collaborare nell’incrementarne o nel proseguirne l’attività.

A questo tema si collega un’altra osservazione significativa, con la quale potremmo concludere l’indagine e che ci riporta all’intervista iniziale. Tra le risposte con cui gli intervistati descrivono le componenti del loro patrimonio, è sorprendente rilevare che poco citata la più importante: il capitale umano. Converrà parlarne a fondo.

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