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02 maggio 2018

Il burn-out del dentista e la maleducazione dei pazienti

L’industria degli eventi e della Live Communication lancia un grido di allarme: servono aiuti concreti alle aziende e un piano di ripartenza
Milano, 27 aprile 2020: senza eventi, concerti, convention, congressi, fiere, il nostro Paese perde visibilità nel mondo, fatturato interno e mette a rischio una industry che raccoglie circa 570mila lavoratori.
Un grido d’allarme che arriva non solo dalle voci note di Tiziano Ferro, Vasco Rossi e Laura Pausini, ma soprattutto da agenzie, associazioni e imprese del mondo degli eventi, dei congressi e della Live Communication, che si sono riuniti sotto l’hashtag #ItaliaLive, un progetto che vuole portare all’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni una grave crisi economica e sociale che sta attraversando il settore.

By Giulio Del Mastro



Preferisco dimenticare da quanti anni esercito l’odontoiatria ma, ciò nonostante, la professione continua a piacermi. Sempre diversa, complessa eppure bellissima, un mix riuscito di competenze mentali e capacità manuali che trovano raramente riscontro in altri tipi di lavoro.

Ma.

Ma…non sopporto più le persone.

Per un’attività che non si svolge a contatto col pubblico ma letteralmente su una persona, sveglia, è una grossa difficoltà. Adoro il Ni-Ti, gli allineatori trasparenti, gli adesivi di ultima generazione, i manipoli piezoelettrici. Tutte conquiste tecnologiche che danno potenzialmente origine a prestazioni molto performanti e soddisfacenti.

Non sopporto più i pazienti cronicamente in ritardo, i primi a risentirsi di una piccola attesa per colpa mia; a maggior ragione chi annulla un appuntamento il giorno stesso o non si preoccupa nemmeno di avvisare (mai provato a lavorare nelle vacanze di Natale o ad agosto?). Odio le migliaia di hit del momento che fanno da sottofondo costante durante la seduta e che sono costretto ad ascoltare perché lasciare acceso il cellulare è ormai un malcostume accettato universalmente. Provo un senso di fastidio quando non incasso una parcella perché ci si è dimenticati il libretto degli assegni o il bancomat si è smagnetizzato. La presenza assillante dei genitori in sala durante una seduta di pedodonzia mi acutizza la gastrite e mi fa perdere un anno di vita per volta. Non reggo più chi non può stare sdraiato «perché si sente svenire…» o chi chiede di abbassare la luce perché gli dà fastidio. Provo un certo risentimento anche per chi si addormenta con la diga montata e deve sempre trattare un settimo inferiore, chi chiama perchè ha un ascesso e invece è un’afta ma «intanto che sono qui può guardarmi anche…», chi si lamenta per la ragade alla commessura labiale dopo un’estrazione complicata che voi avete fatto lege artis. La più totale avversione per chi si stupisce di dover pagare la visita o non chiede nemmeno il classico «devo qualcosa?».

Insomma, tutti. È un bel problema, quando si torna dalle vacanze perché, per socializzare, si è costretti a raccontare mille volte cosa si è fatto e ricevere in cambio informazioni inutili e di nessun interesse su cosa hanno fatto i pazienti.

Quanti corsi di comunicazione non verbale o di gestione dell’ansia del paziente abbiamo frequentato? Ne avete mai trovato uno che, oltre a interessarsi delle aspettative delle persone che l’odontoiatra tratta, si occupasse dell’esasperazione che può accumulare il clinico? E che può evolvere in consumi abnormi di farmaci o di sostanze psicoattive?

Deve sentirsi imbarazzato un vigile nella divisa il primo giorno di lavoro, cantava Battiato. Io ricordo con malinconia quando, appena laureato, mi feci crescere la barba per sembrare più vecchio e più credibile, con l’agitazione di non saper fare che era comunque l’unica preoccupazione. Ora avete il mutuo da pagare, la suocera con l’Alzheimer che vi fa impazzire o i ragazzi che vedete crescere e non riuscite a seguire, perchè si sta sempre in studio. L’ansia di sbagliare, le richieste continue e lunari di alcuni pazienti, lo stress per quelli a rischio clinico, scoagulati o diabetici, cardiopatici o parkinsoniani. Questo però fa parte della clinica, per fortuna non siamo tutti uguali e le procedure, per quanto relativamente standardizzate, devono sempre essere adattate a ogni situazione.

“Medice cura te ipsum” dovrebbe valere tutto l’anno, non solo ad Agosto, quando le vacanze illudono tutti che esista un altro mondo reale, diverso da quello di tutti i giorni.

Poche storie, il lavoro dell’odontoiatra è un lavoro usurante. Basta considerare cosa capita quando, per una serie di fortunati eventi, riuscite ad avere una giornata in cui incontrate solo pazienti gradevoli. Dopo tutte le ore di lavoro, vi sentirete stanchi ma soddisfatti. Una giornata ricca di portatori di problemi ma ridotta come orario di lavoro vi porterà invece uno stato di spossatezza e prostrazione che sono caratteristici.

Una volta, almeno, si era parte di una categoria privilegiata, eravate IL dottore. Rispettato, come il farmacista, il parroco e il maresciallo dei carabinieri. Sappiamo com’è andata per le varie categorie e anche voi, ora, siete uno di tanti, un venditore di capsule o dispensatore di OPT gratuite.

Ora, nessuno di noi vorrebbe tornare a un’epoca in cui le laparatomie erano estremamente invasive o non esistevano gli stent coronarici ma siamo sicuri che non sia l’ora di iniziare a rieducare i pazienti e riequilibrare le loro aspettative Google-oriented?

Il burn-out del dentista è dietro l’angolo e forse dietro la pletora di neolaureati si cela un meccanismo perverso teso a garantire un elevato numero di operatori disponibili, con i giovani che non servono a un turn over fisiologico ma a reintegrare i colleghi più maturi “caduti” sul campo.

 

Articolo pubblicato su Dental Tribune Italian Edition

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